Proposta di Deliberazione alla Giunta Comunale

 

 

IL SINDACO

 

 

PREMESSO che è intendimento della Civica Amministrazione intitolare una via di questa cittadina alla memoria di Leonardo Sciascia, nato a Racalmuto l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo il 20 novembre 1989, scrittore, saggista e politico, universalmente considerato uno degli scrittori italiani più celebri del Novecento;

 

CHE l’intitolazione proposta mira ad avvicinare in maniera particolare le nuove generazioni all’onestà intellettuale di questo illustre maestro, razionale e amaro indagatore della storia siciliana, che, con le sue opere, con i suoi saggi e con i suoi interventi, lascia una testimonianza indelebile per il contributo dato al diffondersi in tutto il Paese di quella coscienza civile che ha spinto lo Stato a una lotta frontale contro tutte le organizzazioni mafiose;    

 

CHE, con questo atto, la comunità di Gratteri intende raccogliere la grande eredità che  Sciascia ci lascia: “il coraggio della verità”  proteso a discernere cosa è giusto e cosa è ingiusto e di conseguenza ad aprire la strada nella lotta contro l’ingiustizia e contro la sopraffazione; 

 

VISTO il profilo biografico dell’onorato;

 

CONSIDERATO che l’area di circolazione interessata “dall’incrocio con la Via di Censimento 3 (altezza Belvedere) alla fine del centro abitato (lato contrada Cuba)” non ha alcuna denominazione;      

 

VISTA la planimetria dell’area di circolazione interessata all’intitolazione con la contestuale attestazione che trattasi di suolo pubblico destinato alla viabilità;

 

VISTO il R.D.L. 10 maggio 1923, n. 1158, convertito con Legge 17 aprile 1925, n. 473;

 

VISTA  la legge 23 giugno 1927, n. 1188, contenente norme sulla toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei;

 

CONSIDERATO che l’intitolazione proposta non comporta sostituzione o modifica ad un precedente toponimo e che, pertanto, non occorre il parere della competente Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici previsto dalla Legge 17 aprile  1925, n. 473;

 

VISTA  la Legge anagrafica 24 dicembre 1954, n. 1228, e successive modifiche e integrazioni nonché il relativo regolamento di esecuzione approvato con D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223;

 

VISTE le istruzioni all’uopo impartite dall’ISTAT con la pubblicazione “Metodi e Norme” serie B, n. 29, ediz. 1992;  

 

VISTA la Circolare del Ministero dell’Interno n. 4 (96) del 10 febbraio 1996 concernente l’oggetto;

 

VISTA la nota prefettizia  n. 270508 datata 22.5.2008 avente ad oggetto “disciplina toponomastica stradale e scolastica” ;

 

VISTA la legge 18 giugno 1990, n. 142, che trasferisce le competenze in materia dal Consiglio comunale alla Giunta;

 

ATTESA  la competenza della Giunta comunale a deliberare in merito in base al combinato disposto degli artt. 42 e 48 del D.Lgs.18 agosto 2000, n. 267;

 

VISTO lo Statuto comunale;

 

VISTO l’O.A.EE.LL.;

 

 

P R O P O N E

 

 

Alla Giunta comunale l’adozione del seguente atto deliberativo:

 

1)   Intitolare l’area di circolazione interessata “dall’incrocio con Via di Censimento 3 (altezza Belvedere) alla fine del centro abitato (lato contrada Cuba)” alla memoria di Leonardo Sciascia (scrittore) che, conseguentemente, sarà denominata : “Viale Leonardo Sciascia”;   

2)   Comunicare ai preposti uffici la intitolazione di cui sopra, per gli adempimenti di competenza;

3)   Trasmettere l’atto deliberativo e tutti gli altri atti necessari alla Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo – di Palermo per i provvedimenti di competenza.

 

 

Inoltre, stante l’urgenza di provvedere in merito,

 

P R O P O N E

 

Alla G.C. di dichiarare l’atto deliberativo IMMEDIATAMENTE ESECUTIVO

 

 

 

IL SINDACO

 (Avv. Giuseppe Muffoletto)

 

 

 

 

 

 

 

 

La superiore proposta è stata adottata dalla Giunta Comunale con Deliberazione n. 64 del 16 luglio 2009.


- Profilo biografico -

 

 

       Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921. Il padre, Pasquale, è impiegato in una miniera di zolfo e la madre, Genoveffa Martorelli, casalinga, proviene da una famiglia di artigiani.   

    

       Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta e si iscrive all’istituto magistrale “ IX Maggio” conseguendo poi il diploma di maestro elementare.

      

      Durante il periodo degli studi ha la fortuna di incontrare due insegnanti e più precisamente Vitaliano Brancati che lo guida nella lettura degli autori francesi e Giuseppe Granata che gli fa conoscere gli illuministi e la letteratura americana. E’ questo il periodo più bello della sua vita come lui stesso afferma nella sua biografia.

     

      Appena diplomato si impiega al consorzio agrario, occupandosi dell’ammasso del grano a Racalmuto ed entra così in contatto diretto con la piccola realtà contadina.

    

      Nel 1944 si sposa con Maria Andronico, maestra di scuola elementare, dalla quale avrà due figlie Laura e Anna Maria e nel 1949 anche lui insegna nella scuola elementare di Racalmuto.

    

     Dopo un inizio all’insegna dell’impegno poetico in le “Favole della dittatura”, notate e recensite da Pier Paolo Pisolini, e in “La Sicilia, il suo cuore” si dedica alla sua più autentica vocazione quella di una materia saggistica che assume i modi del racconto.

    

     Ed ecco nel 1956 “Le parrocchie di Regalpetra”, storia e vita di un paese siciliano e, poi, nel 1958 a Roma, dove nel frattempo si trasferisce,  pubblica tre racconti che vanno sotto il titolo “Gli zii di Sicilia”, il terzo di questi racconti “Il quarantotto” è ambientato nel periodo del Risorgimento e tratta del tema dell’unificazione d’Italia vista con gli occhi di un siciliano. Sono storie ora drammatiche ora grottesche di speranze sempre deluse.  In questo racconto egli mette in evidenza l’indifferenza e il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”. (Una forza di inerzia negativa, passivamente ereditata dal regime borbonico, insidiava le nuove istituzioni liberali, un’inerzia che, nelle classi più alte, si tramutava in atteggiamenti di noia distaccata. “Noi siamo un popolo di dèi” – fa dire al principe di Salina l’autore del Gattopardo – in “compiaciuta attesa del nulla”).

 

 

     

- 2 -

 

 

       Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la sua famiglia a Caltanissetta, interrompe l’attività scolastica per assumere un impiego in un ufficio  del patronato scolastico.

    

       Nel 1961 esce “Il giorno della civetta”. E’ il primo romanzo “giallo” di Sciascia che annovera, tra gli altri, il pregio di costituire la prima opera narrativa destinata a un vasto pubblico ed incentrata sul tema della mafia, fenomeno criminale che il potere politico tendeva allora a ignorare e di cui la letteratura aveva fino a quel momento fornito tutt’al più una rappresentazione apologetica. Gesualdo Bufalino commenta “tanto la teatralità quanto la narrativa di Sciascia invece di incarnare esclusivamente virtualità istrioniche o fantastiche, consistono soprattutto in moralità storiche, veri e propri giudizi di Dio, dispute tra l’indignazione e la pietà arbitrate dalla ragione”. Emerge in questo romanzo tutto lo sdegno di Sciascia, che si identifica nel capitano Bellodi impegnato in una impari lotta contro l’ipocrisia e l’omertà, fino ad assumere in prima persona il ruolo di “poliziotto e inquisitore illuminato” che chiede al lettore non un semplice atto di fiducia nelle sue ricostruzioni storico-politiche, ma un impegno strenuo a favore della verità e dell’onestà. E due  anni dopo esce “Il consiglio d’Egitto” un romanzo storico ambientato nella Palermo settecentesca. Risale al 1965 il saggio “Feste religiose in Sicilia” dove torna l’accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l’importanza della superstizione religiosa e del mito in ambedue i contesti sociali. Sempre del 1965 è la commedia “L’onorevole” impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.

   

      L’anno successivo ritorna al romanzo con “A ciascuno il suo” dal quale nel 1967 il regista Elio Petri trae  il film omonimo[1]. In questo romanzo, dopo alcune felici digressioni “storiche”, Sciascia torna a darci “notizie” della Sicilia, arricchendo di nuovi particolari il discorso iniziato col  Giorno della civetta. E lo fa , come egli stesso annota, con ironico divertimento, sperimentando la tecnica del “giallo”; e con amarezza, perché la vicenda costituisce anche l’allegoria di una condizione umana, storica, che in atto si offre, e non soltanto in Sicilia, alla più onesta “verifica”. Personaggi, paesaggio, dialogo, tutto ha il nitido rilievo delle migliori pagine di Sciascia, così tese di passione civile, così mature tra vibrata denuncia e compiaciuta raffigurazione poetica. Contrariamente a Pirandello, Sciascia crede che la verità c’è ed è, se così si può dire, individuabile, localizzabile; e che di conseguenza è definibile cosa è giusto e cosa è ingiusto e quindi crede nella possibilità di una lotta contro l’ingiusto da parte del giusto.           

  

- 3 -

 

 

      Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere  una antologia “Narratori di Sicilia” in collaborazione con Salvatore Guglielmino.  

  

     Sciascia va in pensione nel 1970 e pubblica la raccolta di saggi “La corda pazza” che ci riporta a Pirandello il quale sosteneva che ognuno di noi ha in testa come tre corde d’orologio, quella “seria”, quella “civile” e quella “pazza”. Sciascia vuole indagare su quella “pazza” che a suo parere coglie le contraddizioni, le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi. 

   

    All’elezioni comunali di Palermo del giugno 1975, Sciascia si candida come indipendente nelle liste del PCI  e viene eletto consigliere comunale con un forte numero di preferenze. Nello stesso anno pubblica “La scomparsa di Majorana” un indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni ’30.

 

      All’inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del PCI scontrandosi con la dirigenza del partito a causa della sua contrarietà al compromesso storico.

   

     Nel 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali, opta per Montecitorio dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.

 

     Esce in quell’anno “La Sicilia come metafora” un’intervista a Padovani ove la Sicilia funge da metafora dell’intera società: un luogo in cui la forza della ragione e la ricerca della verità si scontrano (e inesorabilmente soccombono) con la violenza del potere occulto. 

         

     Lo scrittore siciliano,  con una lucidità quasi profetica, è  tra i primi a denunciare il fenomeno mafioso, non solo come fatto eversivo dell’ordine costituito, bensì come sistema parallelo e simmetrico rispetto allo Stato. Questi interventi sulla stampa nazionale rimangono una testimonianza indelebile del grande contributo dato da Sciascia al diffondersi in tutto il paese di quella coscienza che ha spinto lo Stato italiano a una lotta frontale contro tutte le organizzazioni mafiose.

   

    Questo suo impegno civile non gli impedisce però di condannare ogni tipo di conformismo e dopo la pubblicazione dell’articolo  “i professionisti dell’antimafia” apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 egli subisce attacchi da molte personalità della cultura italiana a causa delle accuse rivolte al pool di magistrati dell’antimafia palermitana.         

- 4 -

 

 

     Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi, ma egli continua, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore.

 

     Nel 1985 pubblica “Cronachette”  e “Occhio di capra” una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani e successivamente scrive i romanzi gialli: “Porte aperte”,  “Il cavaliere e la morte” e “Una storia semplice” carichi di tristi motivi autobiografici.

 

      Pochi mesi prima di morire, scrive “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)” che verrà pubblicato postumo e “Fatti diversi di storia letteraria e civile”.     

 

      Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989 e chiede i funerali in Chiesa. Viene ricordato da tante parole di stima, tra cui quelle del suo grande amico Gesualdo Bufalino. 

   

      E’ sepolto a Racalmuto, suo paese natale, all’ingresso del Cimitero sulla lapide bianca una sola frase “ Ce ne ricorderemo di questo pianeta”.         

 

 

 

IL SINDACO

(Avv. Giuseppe Muffoletto)

 

 

 

 

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Profilo biografico liberamente tratto da:

 

 

 

 



[1] Alle riprese di questo film, girato in parte a Cefalù, hanno partecipato, quali comparse, diversi elementi del corpo bandistico di Gratteri.