Proposta di Deliberazione alla Giunta Comunale

 

 

IL SINDACO

 

 

PREMESSO che è intendimento della Civica Amministrazione intitolare una via di questa cittadina alla memoria di  Francesco Bonafede, nato a Gratteri il 17 novembre 1819 e morto a Gratteri il 6 ottobre 1905, patriota ed eroe del Risorgimento italiano, che ha speso tutta la sua vita per l’unità nazionale italiana nella forma mazziniana;

 

CHE l’intitolazione proposta è un  doveroso atto di riconoscimento ad un illustre patriota volutamente ignorato, per le sue idee rivoluzionarie, dagli storici dell’Italia monarchica, ingenerosamente dimenticato dagli storici dell’Italia repubblicana e certamente sottovalutato da questa nostra Comunità che  non ha saputo dare il giusto peso ad un uomo che con la sua azione politica e militare intendeva anticipare i tempi per la costruzione di un’ Italia democratica e repubblicana;     

 

CHE Francesco Bonafede si è battuto con tutte le sue forze ed in ogni occasione per gli ideali di giustizia, di libertà e di indipendenza contro tutte le dittature: nei moti rivoluzionari siciliani del 1848, in quelli di Calabria nel 1848 e poi in quelli di Mezzoiuso e Cefalù del 1856 contro i  borboni;   in quelli palermitani del 1866 contro i piemontesi;  infine a Trieste nel 1868 contro gli austriaci. Che per questi ideali ha subìto il carcere duro, la  condanna a morte (poi non eseguita), la latitanza, l’esilio volontario, lo sfratto, il bando e la stretta  sorveglianza della polizia;

 

   

CHE, Francesco Bonafede, uomo  di fede repubblicana, con grande ascendente sulle popolazioni siciliane  ma anche intelligente stratega del partito d’azione sempre attento agli umori popolari per avvalersene nella lotta politica, ha avuto un ruolo di primo piano nei difficili anni successivi all’unificazione d’Italia 

 

 

CHE, con questo atto, la Comunità di Gratteri intende onorare solennemente la memoria di Francesco Bonafede non solo per la sua attività sociale e politica  ma soprattutto perché ha perseguito con il coraggio delle idee e delle azioni la libertà come sommo bene.

 

VISTO il profilo biografico;

 

CONSIDERATO che l’area di circolazione interessata già provvisoriamente denominata “Via di censimento  2” (dall’incrocio con Via Ciuffarello all’incrocio con la S.P. 28 Lascari – Piano delle Fate)   non ha alcuna denominazione;

 

VISTA la planimetria dell’area di circolazione interessata all’intitolazione con la contestuale attestazione che trattasi di suolo pubblico destinato alla viabilità;

 

VISTO il R.D.L. 10 maggio 1923, n. 1158, convertito con Legge 17 aprile 1925, n. 473;

 

VISTA  la legge 23 giugno 1927, n. 1188, contenente norme sulla toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei;

 

CONSIDERATO che l’intitolazione proposta non comporta sostituzione o modifica ad un precedente toponimo e che, pertanto, non occorre il parere della competente Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici previsto dalla Legge 17 aprile  1925, n. 473;

 

VISTA  la Legge anagrafica 24 dicembre 1954, n. 1228, e successive modifiche e integrazioni nonché il relativo regolamento di esecuzione approvato con D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223;

 

VISTE le istruzioni all’uopo impartite dall’ISTAT con la pubblicazione “Metodi e Norme” serie B, n. 29, ediz. 1992;  

 

VISTA la Circolare del Ministero dell’Interno n.4 (96) del 10 febbraio 1996 concernente l’oggetto;

 

VISTA la nota prefettizia  n. 270508 datata 22.5.2008 avente ad oggetto “disciplina toponomastica stradale e scolastica” ;

 

VISTA la legge 18 giugno 1990, n.142, che trasferisce le competenze in materia dal Consiglio comunale alla Giunta;

 

ATTESA  la competenza della Giunta comunale a deliberare in merito in base al combinato disposto degli artt. 42 e 48 del D.Lgs.18 agosto 2000, n. 267;

 

CONSIDERATO che a tutt’oggi non risulta istituita la Commissione Comunale di toponomastica, ne’ risulta approvato il Regolamento per la toponomastica cittadina;

 

VISTO lo Statuto comunale;

 

VISTO l’O.A.EE.LL.;

 

P R O P O N E

 

 

Alla Giunta comunale l’adozione del seguente atto deliberativo:

 

1)   Intitolare l’area di circolazione interessata già provvisoriamente denominata  “Via di Censimento 2” (dall’incrocio con Via Ciuffarello all’incrocio con la S.P. 28 Lascari – Piano delle Fate)  alla memoria di Francesco Bonafede (patriota ed eroe del Risorgimento)  che, conseguentemente sarà denominata “Viale Francesco Bonafede”.

2)   Comunicare ai preposti uffici la intitolazione di cui sopra, per gli adempimenti di competenza;

3)   Trasmettere l’atto deliberativo e tutti gli altri atti necessari alla Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo – di Palermo per i provvedimenti di competenza.

 

 

Inoltre, stante l’urgenza di provvedere in merito,

 

P R O P O N E

 

Alla G.C. di dichiarare l’atto deliberativo IMMEDIATAMENTE ESECUTIVO.

 

 

 

IL SINDACO

(Avv. Giuseppe Muffoletto)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La superiore proposta è stata adottata dalla Giunta Comunale con Deliberazione n. 66 del 16 luglio 2009.


- Profilo biografico -

 

      Francesco Bonafede, nasce a Gratteri il 17 novembre 1819 da Domenico e da Maria Anna Oddo, famiglia appartenente alla piccola borghesia terriera di provincia.     Ha due fratelli più piccoli: Giacomo nato nel 1827 e Giuseppe nel 1831. Si sposa a Gratteri l’1 giugno 1854 all’età di 34 anni con Giuseppa Campagna, di anni sedici, dalla quale ha due figli: Maria Carlotta, nata nel 1861 (ricordata ancora oggi come la “maestra Carlotta”) e Antonino Domenico, nato nel 1865, (detto Mimì).

  

      La sua vita di uomo d’azione e la sua complessa personalità non possono essere intese se non strettamente legate alle vicissitudini del suo tempo e alla travagliata storia della Sicilia del XIX secolo.

   

      In questo periodo la Sicilia è sotto il peso della dominazione borbonica e Ferdinando II, re delle Due Sicilie, governa, negli ultimi dieci anni del suo regno, in maniera neoassolutista e personale stroncando qualsiasi anelito di libertà.

    

      In questi anni, però, il movimento nazionale e liberale della nostra gente è particolarmente attivo, si sviluppa e si rafforza a partire dal 1837 in coincidenza con il risveglio intellettuale, letterario e scientifico.

   

      Francesco trascorre una giovinezza molto inquieta.  Nel 1847 studia a Palermo quando, per avere cospirato contro il governo borbonico, viene arrestato e poi rimesso in libertà.

 

     Allo scoppio dei moti rivoluzionari siciliani del 12 gennaio 1848, Francesco, giovane coraggioso e a libertà devoto”, si vota completamente alla causa della libertà. Egli entra, subito, a far parte della “società segreta” che si riuniva in casa di Francesco Burgio di Villafiorita nella Fieravecchia ed è tra i primi a insorgere, distinguendosi per coraggio ed audacia.

  

     Il 1848 è l’anno in cui tutte le città e anche i piccoli paesi danno generosamente il loro contributo di uomini e mezzi per liberare la Sicilia dall’oppressione borbonica. Nelle Madonie vengono organizzati i comitati rivoluzionari locali alle dirette dipendenze del comitato provvisorio di Cefalù il cui presidente era il barone Enrico Pirajno di Mandralisca.

    

      Dopo la liberazione, la Sicilia lancia la sfida autonomistica come prima affermazione del principio costituzionale delle garanzie e dell’esercizio dei diritti legittimi.  Il Parlamento di Palermo, infatti, chiede che il Re accetti una Costituzione specificatamente siciliana, riconferma il carattere di regione autonoma  istituendo un Governo provvisorio presieduto da Ruggero Settimo e adotta come bandiera il tricolore italiano con il simbolo della Trinacria al centro.

 

 

  

     E’ questo un attacco al potere centrale e una nuova riaffermazione di un’istanza separatista che il sovrano Ferdinando II non avrebbe potuto accettare.  Ma i siciliani insistono dichiarando il 13 aprile 1848 la decadenza della Dinasta borbonica dal trono di Sicilia, proclamando il Governo Costituzionale  e chiamando al trono un principe italiano nella persona del duca di Genova, Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto. Da allora il Parlamento siciliano assume pienamente potere costituzionale e inizia l’elaborazione di uno Statuto per la Sicilia che approva il 10 luglio 1848.    

   

     L’ardimentoso Francesco Bonafede da Gratteri lo troviamo, con il grado di primo tenente dell’esercito siciliano, fra i settecento del corpo di spedizione Calabro-Siculo, disposto dal governo provvisorio e fatto salpare su due navi da      Milazzo il 13 giugno al comando del generale Ribotti  per sostenere le insurrezioni di Calabria e “per aiutare – si disse allora nel decreto – quel generoso popolo nella lotto contro Ferdinando Borbone” (prima manifestazione concreta della rinnovata collaborazione tra Napoli e la Sicilia).

   

     Questa spedizione, oltre che un valore strategico, avrebbe avuto anche un significato morale e politico in quanto avrebbe dovuto dimostrare ai patrioti di tutta Italia, contro le ripetute accuse di “sicilianismo”, che sarebbe stata invece volontà dei siciliani di unirsi in federazione con gli altri Stati della penisola. E’ questo il sentimento politico del Bonafede che di quella infausta spedizione aveva condiviso i disagi e le amarezze, (dallo sbarco a Paola al tentativo di occupare Castrovillari, al ripiegamento su Cosenza, alla precipitosa ritirata e al reimbarco nella marina di Catanzaro). Catturato insieme con altri e con lo stesso Ribotti dalla fregata borbonica “Stromboli” e trasportato a Napoli con un'altra trentina di prigionieri “di maggior conto e i più gravemente compromessi, tutti incatenati e custoditi dì e notte da sentinelle armate”, viene rinchiuso per sedici mesi nei profondi ed umidi sotterranei di Sant’Elmo a Nisita. Sono proprio queste vicende che segnano nell’animo del Bonafede una svolta decisiva. Il contatto, infatti, con patrioti di altre province quali Nicola Fabrizi e Giuseppe Ricciardi, amici di Mazzini, aveva aperto nel suo animo nuovi orizzonti.

 

     Durante il periodo di prigionia, la situazione politica in Sicilia si capovolge. Le trattative tra Ruggero Settimo e Carlo Alberto si trascinano infruttuosamente fino al mese di agosto 1848 e pochi giorni dopo riprende puntualmente la temuta controffensiva borbonica su Messina fino alla riconquista di Palermo avvenuta il 15 maggio 1849.

 

    Sicchè, quando, gli è dato di tornare al suo paese natale, malgrado la sorveglianza della polizia cui è sottoposto, al punto che gli viene  proibito di recarsi a completare gli studi a Palermo,  continua a cospirare, ma con intendimenti più larghi di prima, influenzato com’è di idee mazziniane, per cui viene ancora arrestato ed inviato per qualche tempo a “domicilio coatto” a Collesano.                

 

 

   E’ in questo contesto storico-culturale che si forma la coscienza politica di Francesco Bonafede. Egli fa parte del gruppo patriottico di Cefalù di cui fanno parte:  Carlo e Nicola Botta da Cefalù, Cesare Civello da Campofelice di Roccella, Andrea Maggio fu Ignazio da Cefalù, Andrea e Pasquale Maggio di Antonino da Cefalù, Alessandro[1] e Salvatore Guarnera da Cefalù, Giovanni Palamara da Collesano, Filippo Agnello da Cefalù,  Antonino e Salvatore Spinuzza da Cefalù  e Francesco Bonafede da Gratteri.       

 

    E’ allora che vediamo spiccare la figura di alcuni figli di Gratteri che danno prova di eroismo, i quali con l’ingegno e con le armi contribuiscono alla unificazione del nuovo Regno d’Italia.

  

     Di questo manipolo di eroi gratteresi oltre a Francesco Bonafede fanno parte: i fratelli Salvatore e Francesco D’Agati, Santi Imburgia e Pietro Campagna (che soffrì la tortura nella torre di Milazzo). 

  

     Il periodo seguente e fino al 1860 è pieno di grandi sconvolgimenti politici e la pesante repressione della polizia borbonica si fa sentire in tutta la sua  feroce crudeltà, ma sotto le ceneri della tirannide è sempre vivo il fuoco della rivolta.

  

     Passano, infatti, solo pochi anni e la notte del 22 novembre 1856  Francesco Bentivegna,  anticipa, inspiegabilmente, l’inizio della rivoluzione e, a capo di 300 armati, scende a Mezzoiuso, disarma la polizia borbonica,  libera tutti i detenuti e fa sventolare la bandiera tricolore e il Bonafede “con alquanti giovani di Gratteri sua patria, accorreva armato ad ingrossare le fila degli insorti”. La rivolta si estende nei paesi del circondario ma viene subito soffocata dalle truppe del colonnello Ghio. Il Comitato esecutivo rivoluzionario di Palermo, sorpreso e disorientato per l’anticipazione della rivolta del Bentivegna, decide di non abbandonare l’eroico gesto e proclama la rivolta a Palermo e in tutta la Sicilia.

   

      A Cefalù, intanto, il gruppo patriottico è pronto a sfidare le forze della tirannide e aspetta gli ordini da Palermo che arrivano, portati dall’avvocato Cesare Civello di Campofelice di Roccella.

   

     Alle ore 22,00  del 25 novembre 1856 a Cefalù i rivoluzionari, riuniti nella casa dei fratelli Botta, sventolano la bandiera tricolore, proclamano l’insurrezione, danno assalto alla prigione, liberano Salvatore Spinuzza, lo portano in trionfo per le vie della città al grido “viva la Costituzione” e lo nominano capo del movimento rivoluzionario.                                  

  

   Verso sera del giorno dopo, sotto la guida di Alessandro Guarnera, una squadra di uomini a cavallo, preceduto dalla bandiera tricolore, esce da Cefalù ed arriva due ore dopo a Collesano al grido “viva la libertà”  si dirige poi a Gratteri, ove sosta tutta la notte e l’indomani assieme a Francesco Bonafede e al gruppo dei patrioti gratteresi, ritorna a Cefalù .

 

      Le notizie della rivolta giungono pure a Palermo e il comandante delle forze borboniche  invia la fregata corazzata “Sannio” con cinquecento soldati che all’alba del 27 novembre arriva a Cefalù accolta dallo sventolio della bandiera tricolore piazzata sul Bastione della marina, ma la minaccia di bombardare la città fa desistere da ogni tentativo di resistenza e i patrioti sono costretti ad abbandonare Cefalù.

 

     Così il moto rivoluzionario iniziato eroicamente la notte del 25 novembre 1856, dopo solo due giorni, fallisce miseramente.  Tutti coloro che avevano preso parte ai moti, dopo essersi divisi in gruppi, cercano riparo. Un casolare nei pressi di Gratteri accoglie Nicola e Carlo Botta, Salvatore Spinuzza e Francesco Bonafede che vengono aiutati generosamente dagli abitanti di Gratteri e dalla famiglia Sideli.

 

    La notte del 28 novembre, nel bosco di Pedale, Salvatore Spinuzza scioglie il gruppo affinché ognuno possa trovare più facilmente una via di fuga.

 

    Il Governo borbonico, allora, per facilitare la cattura dei ricercati arresta i loro familiari. La sorella di Salvatore Spinuzza, Gaetana, maritata da molti anni in Gratteri con Domenico Cirincione, in avanzato stato di gravidanza, viene condotta in prigione

e costretta a partorire il figlio Salvatore[2] nelle carceri di Cefalù. Anche i familiari di Francesco Bonafede, nel gennaio del 1857, vengono tradotti nelle carceri di Cefalù, così la polizia borbonica lo obbliga a presentarsi spontaneamente, “carità di figlio lo mosse allora, rivolse il passo dalla via che potevalo condurre a salvezza e da sé stesso si consegnò ai carnefici”.

  

     A questo insuccesso seguono le repressioni, gli arresti e i processi sommari culminati con la fucilazione di Francesco Bentivegna eseguita il 20 dicembre 1856 a Mezzoiuso e di Salvatore Spinuzza eseguita il 14 marzo 1857 a Cefalù e la condanna a morte, poi tramutata a 18 anni di lavori forzati nell’isola di Favignana, a Alessandro e Salvatore Guarnera, a Carlo e Nicola Botta, a Andrea Maggio, a Davide Figlia e a Francesco Bonafede, ove resteranno prigionieri, nelle fosse dei castelli di Santa Caterina e di San Giacomo, fino allo sbarco di Giuseppe Garibaldi.

   

     L’11 maggio 1860, Garibaldi con i Mille sbarca a Marsala e, entrato a Palermo, ordina subito la scarcerazione dei detenuti politici tra i quali il nostro illustre patriota Francesco Bonafede. “Gli evocati dalle sepolture di Favignana si recano in Palermo e vollero baciare la mano del Dittatore. Garibaldi li vide, ne ebbe profonda compassione, se li strinse al petto, disse loro parole piene di carità e di amore”. 

 

     A questo punto è interessante precisare che i due fratelli più piccoli di Francesco partecipano direttamente all’impresa dei Mille e più precisamente: Giacomo Bonafede, storico e docente di letteratura italiana, segue personalmente Garibaldi in tutta la sua spedizione scrivendone poi le imprese nella monumentale opera “I Mille di Marsala”, mentre Giuseppe Bonafede, ingegnere agrimensore, fa parte dell’esercito garibaldino, con il grado di colonnello, ed è compreso nell’elenco ufficiale dei Mille che salparono da Quarto.      

 

     Il 2 luglio 1860 la colonna garibaldina, al comando del generale Medici, entra a Cefalù e il 21 ottobre 1860 la Sicilia è annessa al Regno d’Italia e il successivo 26 ottobre Garibaldi, a Teano, consegna al re Vittorio Emanuele II le province meridionali appena liberate e lo saluta “ re d’Italia”. Il successivo 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia.

   

      Il nuovo Stato italiano comprende gran parte del territorio nazionale ma rimangono ancora fuori da esso lo Stato pontificio e il Veneto. Raggiunta l’unità d’Italia esplode nell’ex regno delle Due Sicilie una protesta sociale e politica difficile da definire. L’unificazione rende il Mezzogiorno economicamente e socialmente più debole. “Già in presenza di un economia asfittica ed incapace di autosostenersi, caratterizzata da una larga dipendenza del capitale straniero, sul mercato interno ed estero, il Meridione si presentò in posizione di estrema fragilità”. Da qui nasce lo storico dualismo tra Nord e Sud, esordio di una “questione meridionale” di cui il brigantaggio ne è il primo segnale.

     

     Al Mezzogiorno, intanto, guarda Garibaldi dalla sua Caprera, circondato sempre più dall’ammirazione dei movimenti democratici di tutta l’Europa e sollecitato dai mazziniani e dai progressisti a entrare nella lotta politica e concentrare su di sé lo scioglimento del nodo di Roma. Quindi, liberare Roma, diventa per Garibaldi un obbligo politico e morale.

 

     Caduto Ricasoli e sostituito da Rattazzi alla presidenza del Consiglio, Garibaldi ritiene che sia giunto il momento di agire e di rifare il percorso del 1860, così nel luglio 1862, giunge nuovamente in Sicilia con molti volontari e viene accolto dovunque da folle oceaniche, feste, bande e tricolori (i Prefetti e i Questori non sapevano se fermarlo o lasciarlo fare e il Governo, ambiguamente, li invitava alla discrezione). Da una delle piazze siciliane viene lanciato il grido di “Roma o morte” e con questa parola d’ordine i nuovi Mille (ora più di tremila) sbarcano come due anni prima a Melito di Porto Salvo e si dirigono verso Roma.

 

     A questo punto scatta l’allarme della Francia, protettrice del papa, e il Governo italiano dà l’ordine di fermare l’avanzata. Sull’Aspromonte il 29 agosto 1862 reparti di soldati italiani si scontrano con i garibaldini . Garibaldi viene ferito ed arrestato dal colonnello Pallavicini e, poi, rinchiuso nel carcere di Varignano vicino La Spezia. Solo una opportuna amnistia impedisce che Garibaldi mettesse in crisi l’Italia appena unificata.

 

   L’arresto di Garibaldi e la sua successiva ingenerosa defenestrazione politica appare agli occhi dei siciliani come una sconfitta inferta da un nuovo governo fortemente autoritario a un popolo che aveva creduto e lottato per ideali di libertà e di giustizia sociale. I problemi di governabilità della Sicilia che subito dopo l’unificazione erano emersi, si aggravano sempre di più e il fantasma del brigantaggio meridionale si presenta in tutta la sua pericolosità.       

 

     Il brigantaggio, indistinta rivolta contadina, attraversata da revanscismo borbonico, aggravato dall’imposizione della leva militare obbligatoria e dal rifiuto di fanatici ed estremisti clericali del nuovo corso liberale dell’Italia, verrà domato solo nel 1864 da un esercito di circa 120 mila soldati grazie a una legge eccezionale (legge Pica del 1863) che, per far fronte ad uno stato di disordine imperante, demanda la competenza di giudicare i briganti ai tribunali militari.   

 

    Gli eccidi, gli arresti in massa, le fucilazioni, le rappresaglie sulla popolazione civile e gli arresti nelle famiglie dei renitenti, consumati dalle truppe del generale Govone vengono denunciati all’opinione pubblica nel dicembre del 1863 dal deputato cattolico Vito D’Ondes Reggio e da molti deputati della Sinistra e della Destra, ma questo gesto clamoroso non modifica la politica del Governo in Sicilia.    

 

    Tale legge, secondo Crispi, contraddiceva i principi stessi della civiltà giuridica e dello Stato di diritto sulla base dei quali l’Italia era stata voluta e costruita dalla classe dirigente liberale.

 

     Lo stesso Crispi, nel discorso tenuto alla Camera , nella seduta del 4 gennaio 1864, accusa apertamente il Governo sui metodi di tale repressione “Voi vi siete serviti della Legge Pica per commettere nuovi delitti, anziché per riparare a torti sociali”.      

 

Govone ristabilisce gradualmente l’ordine in Sicilia, ma con metodi che rendono il governo italiano impopolare. 

 

Negli anni successivi altri elementi di disorientamento derivano: dalla nuova economia liberista propugnata dal Cavour che aumenta la disoccupazione; dal sistema industriale che rimane indietro rispetto a quello del settentrione; da una oppressiva politica fiscale, dalla introduzione delle leggi anticlericali piemontesi che nel frazionamento dei latifondi ecclesiastici, di fatto, non favoriscono i contadini che lavorano la terra bensì i ricchi proprietari terrieri che non hanno nessun interesse ad effettuare migliorie agrarie. 

 

Diversi fattori secondari contribuiscono pure a preparare le basi per lo scatenarsi di una nuova rivolta e tra questi le limitazioni imposte alla festa di Santa Rosalia; a maggio l’introduzione della carta moneta causa il panico e determina una svalutazione dei salari reali; a giugno viene introdotto il monopolio del tabacco e se ne proibisce la libera coltivazione.

 

Si creano, di fatto, i presupposti per una nuova rivoluzione. Così dopo le disastrose sconfitte di Custoza e di Lissa che scuotono fortemente il prestigio della monarchia italiana e nello stesso tempo spingono il governo a una più gravosa e antipopolare stretta finanziaria, vi è un momento di grave crisi che diede luogo a scioperi e a rivolte.

 

In questo contesto si inserisce il partito d’azione, del quale fa parte Francesco Bonafede, che del  malcontento popolare si avvale per la lotta politica.

 

Il Bonafede si mantiene estraneo tra le due fazioni nate all’interno del partito d’azione dopo l’assassinio del generale garibaldino Corrao accusato di tessere i legami tra le diverse componenti antipiemontesi in Sicilia. Il Bonafede, invece, si schiera  per l’unità nazionale italiana nella forma predicata dal Mazzini.

 

Questo è il motivo, per cui scoppiata la rivolta a Palermo la notte del 16 settembre 1866, Bonafede,  con l’antico entusiasmo rivoluzionario, fa parte, quale segretario, del comitato presieduto dal principe di Linguaglossa. Del comitato provvisorio, fanno sei principi siciliani e lo stesso marchese di Torrearsa,  l’uomo più rappresentativo, dopo Ruggero Settimo, della nobiltà siciliana nel campo politico.

 

E’ nelle mani di Francesco Bonafede, per il suo ascendente nelle popolazioni siciliane, per la sua popolarità e per la sua influenza sulle masse che, specie nella fase finale, si raccolgono le fila della rivolta. E’ lui che scrive i proclami lanciati durante i sette giorni della rivolta, è lui che organizza la resistenza, è lui che dispone quale palazzi pubblici della città vanno occupati e quali vanno lasciati sotto il controllo del Governo.

 

Fin dall’inizio delle operazioni la conduzione dell’ala militare del comitato rivoluzionario è impeccabile. Si comincia dal controllo del circondario, facendo poi convergere tutte le squadre su Palermo. Tocca per prima a Monreale, dove un’ intera compagnia di granatieri viene letteralmente fatta a pezzi. La scena si ripete a Boccadifalco dove un reparto di carabinieri piemontesi viene annientato. A Misilmeri, al termine di una giornata campale, la truppa regolare si ritira. Il controllo militare delle campagne circostanti viene considerato come obiettivo primario nei disegni strategici del comitato, in quanto avrebbe permesso il regolare rifornimento alla città isolata. L’adesione ai moti da parte della cittadinanza è unanime ed è guerra civile, come sempre cruentissima con molte vittime d’ ambo le parti. I trentamila insorti in armi tengono in scacco i migliori reparti del regio esercito, battendosi ripetutamente, per sette giorni e mezzo, in città e per dodici giorni nel circondario. L’esercito impiega più di quarantamila uomini più ingenti forze di polizia e la marina da guerra  bombarda a più riprese la città.

 

Eppure nonostante l’evidente capacità dimostrata sul terreno militare, l’insurrezione non ha una linea politica vincente. La verità è che essa risulta acefala nella guida politica. Solo Francesco Bonafede, che di fatto è il vero leader delle squadre armate, consiglia e caldeggia la costituzione di un governo provvisorio rivoluzionario, ma il suo consiglio resta inascoltato.

 

Lo sforzo compiuto dal Bonafede è appunto quello di dare unità di indirizzo al movimento, secondo le sue inclinazioni e le sue tendenze, sia attraverso i proclami, da lui compilati e diffusi, sia cercando di stringere e legare al programma repubblicano, quasi per controbilanciare le masse dei contadini, le maestranze della città su cui, secondo l’insegnamento del Mazzini, intendeva maggiormente poggiare la sua azione per un sicuro successo.

 

Le maestranze però non rispondono all’appello (sono ancora ben lontane dall’intendere nel suo valore sociale e politico l’istanza messa avanti dal Bonafede). Sicchè, malgrado le sue buone intenzioni e i suoi accesi entusiasmi, il Bonafede rimane praticamente isolato. Egli non riesce ad immaginare le difficoltà alle quali sarebbe andato incontro, nè calcola nel suo giusto peso l’ostacolo rappresentato da coloro che, in seno al comitato stesso, non condividono riforme che implichino una modificazione non solo politica, ma anche sociale quale appunto l’instaurazione di una repubblica.

 

Le sette giornate di Palermo lasciano sul terreno lacrime e sangue. I reparti del regio esercito e delle forze di polizia contano oltre duecento morti più un migliaio di feriti. Le perdite degli insorti non sono accertate ufficialmente ma gli storici concordano nel calcolarle in molte migliaia durante i combattimenti senza contare le numerose condanne a morte e all’ergastolo irrogate poi dai tribunali militari.  

 

La rivolta viene trattata dal Governo come una semplice azione di polizia, mentre le sue più profonde cause sociali rimangono in larga misura ignote. Una sola conclusione è chiara: che la Sicilia cioè non poteva essere governata facilmente con i metodi del governo parlamentare liberale. L’esercito italiano, infatti,  rimarrà ancora per alcuni anni di stanza in Sicilia e molti siciliani continueranno ad avere la sensazione di vivere sotto un’ occupazione straniera.                   

 

Repressa la rivolta, Bonafede, dopo aver vagato per circa un anno e mezzo latitante per l’isola, si rifugia a Trieste, ancora sotto il  governo austriaco, dove giunge  l’11 maggio 1868 con passaporto intestato a nome di Francesco Michele Oddo, per sottrarsi al processo  per i fatti di Palermo.

 

    A Trieste egli sicuramente non passa inosservato. Nè poteva essere diversamente “con quella barba tutta nera”  e con il suo comportamento quanto mai irrequieto che gli faceva cambiare spesso abitazione. In effetti a Trieste egli  tenta di fondare un periodico che avrebbe trattato di materie politiche, religiose e didattiche dal titolo “La Tribuna”. E’ così che il 30 giugno del 1868 gli viene trattenuto e poi sequestrato un plico di proclami mazziniani per cui subisce prima una perquisizione domiciliare  e poi l’arresto. Ma ad aggravare la posizione del Bonafede è la scoperta di alcune carte nel suo domicilio che non lasciano più alcun dubbio dei suoi rapporti diretti e indiretti con Mazzini e della sua passione repubblicana. Con sentenza del Tribunale provinciale di Trieste del 7 marzo 1870 viene condannato a 5 anni di carcere duro inasprito con un giorno di isolamento alla fine di ogni trimestre e col bando da tutti gli Stati austriaci nonché al pagamento delle spese processuali e l’alimentazione.

 

      Il Bonafede ha, tuttavia, in appello ridotti a due gli anni di carcere e successivamente il governo prende la determinazione di cacciarlo dagli Stati dell’Austria. Di ciò gli viene data comunicazione il 15 maggio 1872 e il successivo 31 maggio gli viene dato lo sfratto e il bando dagli Stati austriaci.

 

      Al rientro in Sicilia trova che molte cose erano cambiate; la stella repubblicana stava tramontando per il sorgere delle nuove forze socialiste, che anche in Sicilia poco alla volta prendono il posto di quelle di derivazione mazziniana.

 

      Francesco Bonafede è costretto a condurre una vita sempre più grama, sotto continua sorveglianza della polizia, e ormai stanco continua solo a tenere relazioni  con i suoi antichi amici politici, tra cui Domenico Corteggiani, divenuto uno dei più attivi del gruppo degli internazionalisti capeggiato a Palermo da Salvatore Ingegneros.

 

    Ritiratosi, quindi, definitivamente a Gratteri accanto alla moglie e ai figli, vi muore all’ età di 85 anni il 6 ottobre 1905 nella sua casa di corso Umberto I° .                          

 

Gratteri lì, 13.07.2009

 

IL SINDACO

(Avv. Giuseppe Muffoletto)

 

 

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Profilo biografico a cura di Santoro Giuseppe,  liberamente tratto da:

          

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Alessandro Guarnera da Cefalù, maestro di scuola in Gratteri.

[2] CIRINCIONE Salvatore, nato a Cefalù il 9.2.1857, Sindaco di Gratteri dal 1905 al 1910 e Assessore funzionante da Sindaco dal 1901 al 1902, è stato insignito della onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia il 9 gennaio 1906.