Proposta di Deliberazione alla
Giunta Comunale
IL SINDACO
PREMESSO che è intendimento della Civica Amministrazione intitolare una via di questa cittadina alla memoria di Francesco Bonafede, nato a Gratteri il 17 novembre 1819 e morto a Gratteri il 6 ottobre 1905, patriota ed eroe del Risorgimento italiano, che ha speso tutta la sua vita per l’unità nazionale italiana nella forma mazziniana;
CHE l’intitolazione proposta è un doveroso atto di riconoscimento ad un illustre patriota volutamente ignorato, per le sue idee rivoluzionarie, dagli storici dell’Italia monarchica, ingenerosamente dimenticato dagli storici dell’Italia repubblicana e certamente sottovalutato da questa nostra Comunità che non ha saputo dare il giusto peso ad un uomo che con la sua azione politica e militare intendeva anticipare i tempi per la costruzione di un’ Italia democratica e repubblicana;
CHE Francesco Bonafede si è battuto con
tutte le sue forze ed in ogni occasione per gli ideali di giustizia, di libertà
e di indipendenza contro tutte le dittature: nei moti rivoluzionari siciliani
del
CHE, Francesco Bonafede, uomo di fede repubblicana, con grande ascendente sulle popolazioni siciliane ma anche intelligente stratega del partito d’azione sempre attento agli umori popolari per avvalersene nella lotta politica, ha avuto un ruolo di primo piano nei difficili anni successivi all’unificazione d’Italia
CHE, con questo atto, la Comunità di Gratteri intende onorare solennemente la memoria di Francesco Bonafede non solo per la sua attività sociale e politica ma soprattutto perché ha perseguito con il coraggio delle idee e delle azioni la libertà come sommo bene.
VISTO il profilo biografico;
CONSIDERATO che l’area di circolazione
interessata già provvisoriamente denominata “Via di censimento
VISTA la planimetria dell’area di circolazione interessata all’intitolazione con la contestuale attestazione che trattasi di suolo pubblico destinato alla viabilità;
VISTO il R.D.L. 10 maggio 1923, n. 1158, convertito con Legge 17 aprile 1925, n. 473;
VISTA la legge 23 giugno 1927, n. 1188, contenente norme sulla toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei;
CONSIDERATO che l’intitolazione proposta non comporta sostituzione o modifica ad un precedente toponimo e che, pertanto, non occorre il parere della competente Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici previsto dalla Legge 17 aprile 1925, n. 473;
VISTA la Legge anagrafica 24 dicembre 1954, n. 1228, e successive modifiche e integrazioni nonché il relativo regolamento di esecuzione approvato con D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223;
VISTE le istruzioni all’uopo impartite dall’ISTAT con la pubblicazione “Metodi e Norme” serie B, n. 29, ediz. 1992;
VISTA la Circolare del Ministero dell’Interno n.4 (96) del 10 febbraio 1996 concernente l’oggetto;
VISTA la nota prefettizia n. 270508 datata 22.5.2008 avente ad oggetto “disciplina toponomastica stradale e scolastica” ;
VISTA la legge 18 giugno 1990, n.142, che trasferisce le competenze in materia dal Consiglio comunale alla Giunta;
ATTESA la competenza della Giunta comunale a deliberare in merito in base al combinato disposto degli artt. 42 e 48 del D.Lgs.18 agosto 2000, n. 267;
CONSIDERATO che a tutt’oggi non risulta istituita la Commissione Comunale di toponomastica, ne’ risulta approvato il Regolamento per la toponomastica cittadina;
VISTO lo Statuto comunale;
VISTO l’O.A.EE.LL.;
P R O P O N
E
Alla Giunta comunale l’adozione del
seguente atto deliberativo:
1)
Intitolare
l’area di circolazione interessata già provvisoriamente denominata “Via di Censimento
2)
Comunicare
ai preposti uffici la intitolazione di cui sopra, per gli adempimenti di
competenza;
3)
Trasmettere
l’atto deliberativo e tutti gli altri atti necessari alla Prefettura – Ufficio
Territoriale del Governo – di Palermo per i provvedimenti di competenza.
Inoltre, stante l’urgenza di provvedere in merito,
P R O P O N
E
Alla G.C. di
dichiarare l’atto deliberativo IMMEDIATAMENTE ESECUTIVO.
IL SINDACO
(Avv.
Giuseppe Muffoletto)
La superiore proposta è
stata adottata dalla Giunta Comunale con Deliberazione n. 66 del 16 luglio 2009.
- Profilo biografico -
Francesco
Bonafede, nasce a Gratteri il 17 novembre 1819 da Domenico e da Maria Anna
Oddo, famiglia appartenente alla piccola borghesia terriera di provincia. Ha due fratelli più piccoli: Giacomo nato
nel 1827 e Giuseppe nel 1831. Si sposa a Gratteri l’1 giugno 1854 all’età di 34
anni con Giuseppa Campagna, di anni sedici, dalla quale ha due figli: Maria
Carlotta, nata nel 1861 (ricordata ancora oggi come la “maestra Carlotta”) e
Antonino Domenico, nato nel 1865, (detto Mimì).
La sua vita di uomo d’azione e la sua
complessa personalità non possono essere intese se non strettamente legate alle
vicissitudini del suo tempo e alla travagliata storia della Sicilia del XIX
secolo.
In questo periodo la Sicilia è sotto il
peso della dominazione borbonica e Ferdinando II, re delle Due Sicilie,
governa, negli ultimi dieci anni del suo regno, in maniera neoassolutista e
personale stroncando qualsiasi anelito di libertà.
In questi anni, però, il movimento
nazionale e liberale della nostra gente è particolarmente attivo, si sviluppa e
si rafforza a partire dal
Francesco trascorre una giovinezza molto inquieta. Nel 1847 studia a Palermo quando, per avere
cospirato contro il governo borbonico, viene arrestato e poi rimesso in
libertà.
Allo
scoppio dei moti rivoluzionari siciliani del 12 gennaio 1848, Francesco, “giovane coraggioso e a
libertà devoto”, si vota completamente alla causa della libertà. Egli entra, subito, a far
parte della “società segreta” che si riuniva in casa di Francesco Burgio di
Villafiorita nella Fieravecchia ed è tra
i primi a insorgere, distinguendosi per coraggio ed audacia.
Il 1848 è l’anno in cui tutte
le città e anche i piccoli paesi danno generosamente il loro contributo di
uomini e mezzi per liberare la Sicilia dall’oppressione borbonica. Nelle
Madonie vengono organizzati i comitati rivoluzionari locali alle dirette
dipendenze del comitato provvisorio di Cefalù il cui presidente era il barone
Enrico Pirajno di Mandralisca.
Dopo
la liberazione, la Sicilia lancia la
sfida autonomistica come prima
affermazione del principio costituzionale delle garanzie e dell’esercizio dei
diritti legittimi. Il Parlamento di
Palermo, infatti, chiede che il Re accetti una Costituzione specificatamente
siciliana, riconferma il carattere di regione autonoma istituendo un Governo provvisorio presieduto
da Ruggero Settimo e adotta come
bandiera il tricolore italiano con il simbolo della Trinacria al centro.
E’ questo un attacco al potere centrale e
una nuova riaffermazione di un’istanza separatista che il sovrano Ferdinando II
non avrebbe potuto accettare. Ma i
siciliani insistono dichiarando il 13
aprile 1848 la decadenza della Dinasta borbonica dal trono di Sicilia,
proclamando il Governo Costituzionale e chiamando al trono un principe italiano
nella persona del duca di Genova, Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo
Alberto. Da allora il Parlamento siciliano assume pienamente potere
costituzionale e inizia l’elaborazione di uno Statuto per la Sicilia che
approva il 10 luglio 1848.
L’ardimentoso Francesco Bonafede da Gratteri lo troviamo,
con il grado di primo tenente dell’esercito siciliano, fra i settecento del corpo di spedizione Calabro-Siculo, disposto
dal governo provvisorio e fatto salpare su due navi da Milazzo il 13 giugno al comando del
generale Ribotti per sostenere le
insurrezioni di Calabria e “per aiutare – si disse allora nel decreto – quel
generoso popolo nella lotto contro Ferdinando Borbone” (prima manifestazione
concreta della rinnovata collaborazione tra Napoli e la Sicilia).
Questa spedizione, oltre che un valore
strategico, avrebbe avuto anche un significato morale e politico in quanto
avrebbe dovuto dimostrare ai patrioti di tutta Italia, contro le ripetute
accuse di “sicilianismo”, che sarebbe stata invece volontà dei siciliani di
unirsi in federazione con gli altri Stati della penisola. E’ questo il
sentimento politico del Bonafede che di quella infausta spedizione aveva
condiviso i disagi e le amarezze, (dallo sbarco a Paola al tentativo di
occupare Castrovillari, al ripiegamento su Cosenza, alla precipitosa ritirata e
al reimbarco nella marina di Catanzaro). Catturato
insieme con altri e con lo stesso Ribotti dalla fregata borbonica
“Stromboli” e trasportato a Napoli con un'altra trentina di prigionieri “di
maggior conto e i più gravemente compromessi, tutti incatenati e custoditi dì e
notte da sentinelle armate”, viene
rinchiuso per sedici mesi nei profondi ed umidi sotterranei di Sant’Elmo a
Nisita. Sono proprio queste vicende che segnano nell’animo del Bonafede una
svolta decisiva. Il contatto, infatti, con patrioti di altre province quali
Nicola Fabrizi e Giuseppe Ricciardi, amici di Mazzini, aveva aperto nel suo
animo nuovi orizzonti.
Durante il periodo di prigionia, la
situazione politica in Sicilia si capovolge. Le trattative tra Ruggero Settimo
e Carlo Alberto si trascinano infruttuosamente fino al mese di agosto 1848 e pochi giorni dopo riprende puntualmente
la temuta controffensiva borbonica su Messina fino alla riconquista di Palermo
avvenuta il 15 maggio 1849.
Sicchè, quando, gli è dato di tornare al
suo paese natale, malgrado la sorveglianza della polizia cui è sottoposto, al
punto che gli viene proibito di recarsi
a completare gli studi a Palermo, continua
a cospirare, ma con intendimenti più larghi di prima, influenzato com’è di idee
mazziniane, per cui viene ancora arrestato ed inviato per qualche tempo a
“domicilio coatto” a Collesano.
E’ in
questo contesto storico-culturale che si forma la coscienza politica di
Francesco Bonafede. Egli fa parte del gruppo patriottico di Cefalù di cui
fanno parte: Carlo e Nicola Botta da
Cefalù, Cesare Civello da Campofelice di Roccella, Andrea Maggio fu Ignazio da
Cefalù, Andrea e Pasquale Maggio di Antonino da Cefalù, Alessandro[1] e
Salvatore Guarnera da Cefalù, Giovanni Palamara da Collesano, Filippo Agnello
da Cefalù, Antonino e Salvatore Spinuzza
da Cefalù e Francesco Bonafede da
Gratteri.
E’ allora che vediamo spiccare la figura di
alcuni figli di Gratteri che danno prova di eroismo, i quali con l’ingegno e
con le armi contribuiscono alla unificazione del nuovo Regno d’Italia.
Di questo manipolo di eroi
gratteresi oltre a Francesco Bonafede fanno parte: i fratelli Salvatore e
Francesco D’Agati, Santi Imburgia e Pietro Campagna (che soffrì la tortura nella torre di Milazzo).
Il periodo seguente e fino al 1860 è pieno
di grandi sconvolgimenti politici e la pesante repressione della polizia
borbonica si fa sentire in tutta la sua
feroce crudeltà, ma sotto le ceneri della tirannide è sempre vivo il
fuoco della rivolta.
Passano, infatti, solo pochi anni e la notte del 22 novembre 1856 Francesco
Bentivegna, anticipa, inspiegabilmente,
l’inizio della rivoluzione e, a capo di 300 armati, scende a Mezzoiuso, disarma
la polizia borbonica, libera tutti i
detenuti e fa sventolare la bandiera tricolore e il Bonafede “con alquanti
giovani di Gratteri sua patria, accorreva armato ad ingrossare le fila degli insorti”.
La rivolta si estende nei paesi del circondario ma viene subito soffocata dalle
truppe del colonnello Ghio. Il Comitato esecutivo rivoluzionario di Palermo,
sorpreso e disorientato per l’anticipazione della rivolta del Bentivegna,
decide di non abbandonare l’eroico gesto e proclama la rivolta a Palermo e in
tutta la Sicilia.
A Cefalù, intanto, il gruppo patriottico
è pronto a sfidare le forze della tirannide e aspetta gli ordini da Palermo che
arrivano, portati dall’avvocato Cesare Civello di Campofelice di Roccella.
Alle
ore 22,00 del 25 novembre
Verso sera del giorno dopo, sotto la guida di
Alessandro Guarnera, una squadra di uomini a cavallo, preceduto
dalla bandiera tricolore, esce da Cefalù ed arriva due ore dopo a Collesano al
grido “viva la libertà” si dirige poi a Gratteri, ove sosta tutta
la notte e l’indomani assieme a Francesco Bonafede e al gruppo dei patrioti
gratteresi, ritorna a Cefalù .
Le notizie della rivolta giungono pure a
Palermo e il comandante delle forze borboniche
invia la fregata corazzata “Sannio” con cinquecento soldati che all’alba
del 27 novembre arriva a Cefalù accolta dallo sventolio della bandiera
tricolore piazzata sul Bastione della marina, ma la minaccia di bombardare la
città fa desistere da ogni tentativo di resistenza e i patrioti sono costretti
ad abbandonare Cefalù.
Così
il moto rivoluzionario iniziato eroicamente la notte del 25 novembre 1856, dopo
solo due giorni, fallisce miseramente.
Tutti coloro che avevano preso parte ai moti, dopo essersi divisi in
gruppi, cercano riparo. Un casolare nei pressi di Gratteri accoglie Nicola e
Carlo Botta, Salvatore Spinuzza e Francesco Bonafede che vengono aiutati
generosamente dagli abitanti di Gratteri e dalla famiglia Sideli.
La notte del 28 novembre, nel bosco di
Pedale, Salvatore Spinuzza scioglie il gruppo affinché ognuno possa trovare più
facilmente una via di fuga.
Il Governo borbonico, allora, per
facilitare la cattura dei ricercati arresta i loro familiari. La sorella di
Salvatore Spinuzza, Gaetana, maritata da molti anni in Gratteri con Domenico
Cirincione, in avanzato stato di gravidanza, viene condotta in prigione
e
costretta a partorire il figlio Salvatore[2] nelle
carceri di Cefalù. Anche i familiari di
Francesco Bonafede, nel gennaio del 1857, vengono tradotti nelle carceri di
Cefalù, così la polizia borbonica lo obbliga a presentarsi spontaneamente,
“carità di figlio lo mosse allora, rivolse il passo dalla via che potevalo
condurre a salvezza e da sé stesso si consegnò ai carnefici”.
A
questo insuccesso seguono le repressioni, gli arresti e i processi sommari
culminati con la fucilazione di Francesco Bentivegna eseguita il 20
dicembre
L’11 maggio 1860, Garibaldi con
i Mille sbarca a Marsala e, entrato a Palermo, ordina subito la scarcerazione dei detenuti
politici tra i quali il nostro illustre patriota Francesco Bonafede. “Gli evocati dalle sepolture di Favignana si
recano in Palermo e vollero baciare la mano del Dittatore. Garibaldi li vide, ne ebbe profonda compassione, se li
strinse al petto, disse loro parole piene di carità e di amore”.
A questo punto è interessante precisare
che i due fratelli più piccoli di Francesco partecipano direttamente
all’impresa dei Mille e più precisamente: Giacomo
Bonafede, storico e docente di letteratura italiana, segue personalmente
Garibaldi in tutta la sua spedizione scrivendone poi le imprese nella
monumentale opera “I Mille di Marsala”, mentre Giuseppe Bonafede, ingegnere agrimensore, fa parte dell’esercito
garibaldino, con il grado di colonnello, ed è compreso nell’elenco ufficiale
dei Mille che salparono da Quarto.
Il 2 luglio 1860 la colonna garibaldina,
al comando del generale Medici, entra a Cefalù e il 21 ottobre 1860 la Sicilia
è annessa al Regno d’Italia e il successivo 26 ottobre Garibaldi, a Teano,
consegna al re Vittorio Emanuele II le province meridionali appena liberate e
lo saluta “ re d’Italia”. Il successivo
17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia.
Il nuovo Stato italiano comprende gran parte del
territorio nazionale ma rimangono ancora fuori da esso lo Stato pontificio e il
Veneto. Raggiunta l’unità d’Italia esplode nell’ex regno delle Due Sicilie una
protesta sociale e politica difficile da definire. L’unificazione rende il
Mezzogiorno economicamente e socialmente più debole. “Già in presenza di un economia asfittica ed incapace di
autosostenersi, caratterizzata da una larga dipendenza del capitale straniero,
sul mercato interno ed estero, il Meridione si presentò in posizione di estrema
fragilità”. Da qui nasce lo storico dualismo tra Nord e Sud, esordio di una
“questione meridionale” di cui il brigantaggio ne è il primo segnale.
Al Mezzogiorno, intanto, guarda Garibaldi
dalla sua Caprera, circondato sempre più dall’ammirazione dei movimenti
democratici di tutta l’Europa e sollecitato dai mazziniani e dai progressisti a
entrare nella lotta politica e concentrare su di sé lo scioglimento del nodo di
Roma. Quindi, liberare Roma, diventa per Garibaldi un obbligo politico e
morale.
Caduto Ricasoli e sostituito da Rattazzi
alla presidenza del Consiglio, Garibaldi ritiene che sia giunto il momento di
agire e di rifare il percorso del 1860, così nel luglio 1862, giunge nuovamente
in Sicilia con molti volontari e viene accolto dovunque da folle oceaniche,
feste, bande e tricolori (i Prefetti e i Questori non sapevano se fermarlo o
lasciarlo fare e il Governo, ambiguamente, li invitava alla discrezione). Da
una delle piazze siciliane viene lanciato il grido di “Roma o morte” e con
questa parola d’ordine i nuovi Mille (ora più di tremila) sbarcano come due
anni prima a Melito di Porto Salvo e si dirigono verso Roma.
A questo punto scatta l’allarme della
Francia, protettrice del papa, e il Governo italiano dà l’ordine di fermare
l’avanzata. Sull’Aspromonte il 29 agosto 1862 reparti di soldati italiani si
scontrano con i garibaldini . Garibaldi viene ferito ed arrestato dal
colonnello Pallavicini e, poi, rinchiuso nel carcere di Varignano vicino La
Spezia. Solo una opportuna amnistia impedisce che Garibaldi mettesse in crisi
l’Italia appena unificata.
L’arresto di Garibaldi e la sua successiva
ingenerosa defenestrazione politica appare agli occhi dei siciliani come una
sconfitta inferta da un nuovo governo fortemente autoritario a un popolo che
aveva creduto e lottato per ideali di libertà e di giustizia sociale. I
problemi di governabilità della Sicilia che subito dopo l’unificazione erano
emersi, si aggravano sempre di più e il fantasma del brigantaggio meridionale
si presenta in tutta la sua pericolosità.
Il
brigantaggio, indistinta rivolta contadina, attraversata da revanscismo
borbonico, aggravato dall’imposizione della leva militare obbligatoria e dal
rifiuto di fanatici ed estremisti clericali del nuovo corso liberale
dell’Italia, verrà domato solo nel 1864 da un esercito di circa 120 mila soldati
grazie a una legge eccezionale (legge Pica del 1863) che, per far fronte ad uno
stato di disordine imperante,
demanda la competenza di giudicare i briganti ai tribunali militari.
Gli eccidi, gli arresti in massa, le
fucilazioni, le rappresaglie sulla popolazione civile e gli arresti nelle
famiglie dei renitenti, consumati dalle truppe del generale Govone vengono denunciati
all’opinione pubblica nel dicembre del 1863 dal deputato cattolico Vito D’Ondes
Reggio e da molti deputati della Sinistra e della Destra, ma questo gesto
clamoroso non modifica la politica del Governo in Sicilia.
Tale legge, secondo Crispi, contraddiceva i
principi stessi della civiltà giuridica e dello Stato di diritto sulla base dei
quali l’Italia era stata voluta e costruita dalla classe dirigente liberale.
Lo stesso Crispi, nel discorso tenuto alla
Camera , nella seduta del 4 gennaio 1864, accusa apertamente il Governo sui
metodi di tale repressione “Voi vi siete
serviti della Legge Pica per commettere nuovi delitti, anziché per riparare a
torti sociali”.
Govone ristabilisce gradualmente l’ordine in Sicilia,
ma con metodi che rendono il governo italiano impopolare.
Negli anni successivi altri elementi di
disorientamento derivano: dalla nuova economia liberista propugnata dal Cavour
che aumenta la disoccupazione; dal sistema industriale che rimane indietro
rispetto a quello del settentrione; da una oppressiva politica fiscale, dalla
introduzione delle leggi anticlericali piemontesi che nel frazionamento dei
latifondi ecclesiastici, di fatto, non favoriscono i contadini che lavorano la
terra bensì i ricchi proprietari terrieri che non hanno nessun interesse ad
effettuare migliorie agrarie.
Diversi fattori secondari contribuiscono pure a
preparare le basi per lo scatenarsi di una nuova rivolta e tra questi le
limitazioni imposte alla festa di Santa Rosalia; a maggio l’introduzione della
carta moneta causa il panico e determina una svalutazione dei salari reali; a
giugno viene introdotto il monopolio del tabacco e se ne proibisce la libera
coltivazione.
Si creano, di fatto, i presupposti per una nuova
rivoluzione. Così dopo le disastrose sconfitte di Custoza e di Lissa che
scuotono fortemente il prestigio della monarchia italiana e nello stesso tempo
spingono il governo a una più gravosa e antipopolare stretta finanziaria, vi è
un momento di grave crisi che diede luogo a scioperi e a rivolte.
In questo contesto si inserisce il partito d’azione,
del quale fa parte Francesco Bonafede, che del
malcontento popolare si avvale per la lotta politica.
Il Bonafede si mantiene estraneo tra le due fazioni
nate all’interno del partito d’azione dopo l’assassinio del generale
garibaldino Corrao accusato di tessere i legami tra le diverse componenti
antipiemontesi in Sicilia. Il Bonafede,
invece, si schiera per l’unità nazionale
italiana nella forma predicata dal Mazzini.
Questo è il motivo, per cui scoppiata la rivolta a Palermo la notte del 16 settembre 1866, Bonafede,
con l’antico entusiasmo rivoluzionario, fa parte, quale segretario, del comitato presieduto dal principe di
Linguaglossa. Del comitato provvisorio, fanno sei principi siciliani e lo
stesso marchese di Torrearsa, l’uomo più
rappresentativo, dopo Ruggero Settimo, della nobiltà siciliana nel campo
politico.
E’ nelle
mani di Francesco Bonafede, per il suo ascendente nelle popolazioni siciliane,
per la sua popolarità e per la sua influenza sulle masse che, specie nella fase
finale, si raccolgono le fila della rivolta. E’ lui che scrive i proclami
lanciati durante i sette giorni della rivolta, è lui che organizza la
resistenza, è lui che dispone quale palazzi pubblici della città vanno occupati
e quali vanno lasciati sotto il controllo del Governo.
Fin dall’inizio delle operazioni la conduzione
dell’ala militare del comitato rivoluzionario è impeccabile. Si comincia dal
controllo del circondario, facendo poi convergere tutte le squadre su Palermo.
Tocca per prima a Monreale, dove un’ intera compagnia di granatieri viene
letteralmente fatta a pezzi. La scena si ripete a Boccadifalco dove un reparto
di carabinieri piemontesi viene annientato. A Misilmeri, al termine di una
giornata campale, la truppa regolare si ritira. Il controllo militare delle
campagne circostanti viene considerato come obiettivo primario nei disegni
strategici del comitato, in quanto avrebbe permesso il regolare rifornimento
alla città isolata. L’adesione ai moti
da parte della cittadinanza è unanime ed
è guerra civile, come sempre
cruentissima con molte vittime d’ ambo le parti. I trentamila insorti in armi
tengono in scacco i migliori reparti del regio esercito, battendosi
ripetutamente, per sette giorni e mezzo,
in città e per dodici giorni nel circondario. L’esercito impiega più di quarantamila uomini più ingenti forze di
polizia e la marina da guerra bombarda a
più riprese la città.
Eppure nonostante l’evidente capacità dimostrata sul
terreno militare, l’insurrezione non ha una linea politica vincente. La verità
è che essa risulta acefala nella guida politica. Solo Francesco Bonafede, che di fatto è il vero leader delle squadre
armate, consiglia e caldeggia la costituzione di un governo provvisorio
rivoluzionario, ma il suo consiglio resta inascoltato.
Lo sforzo
compiuto dal Bonafede è appunto quello di dare unità di indirizzo al movimento,
secondo le sue inclinazioni e le sue tendenze, sia attraverso i proclami, da
lui compilati e diffusi, sia cercando di stringere e legare al programma
repubblicano, quasi per controbilanciare le masse dei contadini, le maestranze
della città su cui, secondo l’insegnamento del Mazzini, intendeva maggiormente
poggiare la sua azione per un sicuro successo.
Le maestranze però non rispondono all’appello (sono
ancora ben lontane dall’intendere nel suo valore sociale e politico l’istanza
messa avanti dal Bonafede). Sicchè, malgrado le sue buone intenzioni e i suoi
accesi entusiasmi, il Bonafede rimane praticamente isolato. Egli non riesce ad
immaginare le difficoltà alle quali sarebbe andato incontro, nè calcola nel suo
giusto peso l’ostacolo rappresentato da coloro che, in seno al comitato stesso,
non condividono riforme che implichino una modificazione non solo politica, ma
anche sociale quale appunto l’instaurazione di una repubblica.
Le sette
giornate di Palermo lasciano sul terreno lacrime e sangue. I reparti del regio esercito e delle forze di
polizia contano oltre duecento morti più un migliaio di feriti. Le perdite
degli insorti non sono accertate ufficialmente ma gli storici concordano nel
calcolarle in molte migliaia durante i combattimenti senza contare le numerose
condanne a morte e all’ergastolo irrogate poi dai tribunali militari.
La rivolta viene trattata dal Governo come una
semplice azione di polizia, mentre le sue più profonde cause sociali rimangono
in larga misura ignote. Una sola conclusione è chiara: che la Sicilia cioè non
poteva essere governata facilmente con i metodi del governo parlamentare
liberale. L’esercito italiano, infatti,
rimarrà ancora per alcuni anni di stanza in Sicilia e molti siciliani
continueranno ad avere la sensazione di vivere sotto un’ occupazione straniera.
Repressa la rivolta, Bonafede, dopo aver vagato per circa un anno e mezzo latitante per
l’isola, si rifugia a Trieste, ancora
sotto il governo austriaco, dove
giunge l’11 maggio 1868 con
passaporto intestato a nome di Francesco Michele Oddo, per sottrarsi al
processo per i fatti di Palermo.
A Trieste egli sicuramente non passa
inosservato. Nè poteva essere diversamente “con quella barba tutta nera” e con il suo comportamento quanto mai
irrequieto che gli faceva cambiare spesso abitazione. In effetti a Trieste egli tenta di fondare un periodico che avrebbe
trattato di materie politiche, religiose e didattiche dal titolo “La Tribuna”.
E’ così che il 30 giugno del 1868 gli viene trattenuto e poi sequestrato un
plico di proclami mazziniani per cui subisce prima una perquisizione
domiciliare e poi l’arresto. Ma ad
aggravare la posizione del Bonafede è la scoperta di alcune carte nel suo
domicilio che non lasciano più alcun dubbio dei suoi rapporti diretti e
indiretti con Mazzini e della sua passione repubblicana. Con sentenza del Tribunale provinciale di Trieste del 7 marzo 1870
viene condannato a 5 anni di carcere duro inasprito con un giorno di
isolamento alla fine di ogni trimestre e col bando da tutti gli Stati austriaci
nonché al pagamento delle spese processuali e l’alimentazione.
Il
Bonafede ha, tuttavia, in appello ridotti a due gli anni di carcere e
successivamente il governo prende la determinazione di cacciarlo dagli Stati
dell’Austria. Di ciò gli viene data
comunicazione il 15 maggio 1872 e il
successivo 31 maggio gli viene dato lo sfratto e il bando dagli Stati
austriaci.
Al rientro in Sicilia trova che molte
cose erano cambiate; la stella repubblicana stava tramontando per il sorgere
delle nuove forze socialiste, che anche in Sicilia poco alla volta prendono il
posto di quelle di derivazione mazziniana.
Francesco Bonafede è costretto a condurre
una vita sempre più grama, sotto continua sorveglianza della polizia, e ormai
stanco continua solo a tenere relazioni
con i suoi antichi amici politici, tra cui Domenico Corteggiani,
divenuto uno dei più attivi del gruppo degli internazionalisti capeggiato a
Palermo da Salvatore Ingegneros.
Ritiratosi, quindi, definitivamente a Gratteri accanto alla moglie e ai
figli, vi muore all’ età di 85 anni il 6 ottobre 1905 nella sua casa di corso
Umberto I° .
Gratteri
lì, 13.07.2009
IL SINDACO
(Avv. Giuseppe Muffoletto)
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Profilo biografico a cura di
Santoro Giuseppe, liberamente tratto da: