Proposta di Deliberazione alla Giunta Comunale

 

 

 

IL SINDACO

 

PREMESSO che è intendimento della Civica Amministrazione intitolare una via di questa cittadina alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nati entrambi a Palermo rispettivamente il 20 maggio 1939 e il 19 gennaio 1940 e morti rispettivamente a Capaci il 23 maggio 1992 e a Palermo il 19 luglio 1992, magistrati impegnati tenacemente nella lotta contro la criminalità organizzata, che hanno dedicato ogni loro energia, fino all’estremo sacrificio, a respingere la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico;

 

CHE  tutti noi abbiamo un grande debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagare come Falcone ci ha insegnato: “compiendo fino in fondo il nostro dovere qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”;   

 

CHE il visitatore della nostra cittadina possa leggere i loro nomi nel primo viale d’ingresso, è motivo di orgoglio per questa Comunità che, come tutta la Sicilia onesta, ama e rispetta questi due coraggiosi magistrati caduti nell’adempimento del loro dovere;          

 

CHE l’intitolazione proposta vuole esprimere tutta la più profonda riconoscenza di questa piccola comunità di Gratteri per quello che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno fatto per difendere le Istituzioni nella nostra martoriata terra di Sicilia e nello stesso tempo vuole che del loro estremo atto di coraggio e di eroismo ne rimanga traccia nel tempo anche in questa nostra realtà che storicamente e culturalmente sconosce ed è estranea a fenomeni di criminalità organizzata;

 

 

VISTO il profilo biografico dell’onorato;

 

CONSIDERATO che l’area di circolazione interessata, già denominata provvisoriamente Via di Censimento 3, che va dall’incrocio con Piazza Ungheria all’incrocio con Via di Censimento 2, debba avere la definitiva denominazione;        

 

VISTA la planimetria dell’area di circolazione interessata all’intitolazione con la contestuale attestazione che trattasi di suolo pubblico destinato alla viabilità;

 

VISTO il R.D.L. 10 maggio 1923, n. 1158, convertito con Legge 17 aprile 1925, n. 473;

 

VISTA  la legge 23 giugno 1927, n. 1188, contenente norme sulla toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei;

 

CONSIDERATO che l’intitolazione proposta non comporta sostituzione o modifica ad un precedente toponimo e che, pertanto, non occorre il parere della competente Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici previsto dalla Legge 17 aprile  1925, n. 473;

 

VISTA  la Legge anagrafica 24 dicembre 1954, n. 1228, e successive modifiche e integrazioni nonché il relativo regolamento di esecuzione approvato con D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223;

 

VISTE le istruzioni all’uopo impartite dall’ISTAT con la pubblicazione “Metodi e Norme” serie B, n. 29, ediz. 1992;  

 

VISTA la Circolare del Ministero dell’Interno n.4 (96) del 10 febbraio 1996 concernente l’oggetto;

 

VISTA la nota prefettizia  n. 270508 datata 22.5.2008 avente ad oggetto “disciplina toponomastica stradale e scolastica” ;

 

VISTA la legge 18 giugno 1990, n.142, che trasferisce le competenze in materia dal Consiglio comunale alla Giunta;

 

ATTESA  la competenza della Giunta comunale a deliberare in merito in base al combinato disposto degli artt. 42 e 48 del D.Lgs.18 agosto 2000, n. 267;

 

VISTO lo Statuto comunale;

 

VISTO l’O.A.EE.LL.;

 

 

P R O P O N E

 

 

Alla Giunta comunale l’adozione del seguente atto deliberativo:

 

1)   Intitolare l’area di circolazione interessata “dall’incrocio con Piazza Ungheria all’incrocio con Via di Censimento 2” che, conseguentemente, sarà denominata : “Viale Falcone e Borsellino”;   

2)   Comunicare ai preposti uffici la intitolazione di cui sopra, per gli adempimenti di competenza;

3)   Trasmettere l’atto deliberativo e tutti gli altri atti necessari alla Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo – di Palermo per i provvedimenti di competenza.

 

 

Inoltre, stante che a tutt’oggi non risulta istituita la Commissione comunale di toponomastica, nè risulta approvato il Regolamento comunale per la toponomastica cittadina,  

 

 

D I S P O N E

 

 

di acquisire, prima dell’adozione dell’ atto deliberativo proposto, il parere della 1^ Commissione Consiliare permanente “Affari Generali” istituita con determinazione n. 3 del 27.11.2008 del Presidente del Consiglio comunale.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La superiore proposta è stata adottata dalla Giunta Comunale con Deliberazione n. 65 del 16 luglio 2009.


- Profilo biografico -

 

 

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due nomi, un solo luogo del nostro immaginario collettivo, a testimonianza di una tragedia che ha colpito tutti, un intero popolo. Impossibile parlare di Giovanni, senza ricordare Paolo, uniti in vita perché legati da un “mestiere” che per loro era missione: liberare la società civile dall’oppressione di una “mala pianta” – la mafia – che nasce, vive e prospera nella nostra Sicilia. 

   

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, eroi soltanto per avere svolto il proprio dovere di magistrati rifiutando la via facile dell’accomodamento e del quieto vivere,   sono ora inscindibili nella nostra memoria, la loro fine orribile e tragica li ha uniti per sempre.  

 

·        Giovanni Falcone nasce a Palermo il 20 maggio 1939, da Arturo e da Luisa Bentivegna, da studente è allievo del liceo classico “Umberto” e poi consegue la laurea in giurisprudenza, nell’anno 1961, nell’Università degli Studi di Palermo, discutendo, con lode, una tesi sulla “istruzione probatoria in diritto amministrativo”.  Dopo aver vinto il concorso in magistratura, nel 1964 viene nominato pretore a Lentini  e subito dopo si trasferisce come sostituto procuratore a Trapani dove rimane per circa dodici anni.

 

·        Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940. Entrambi i genitori erano farmacisti e abitavano nel quartiere “La Magione” dove Paolo trascorre tutta la giovinezza. Dopo avere frequentato il liceo classico “Meli” si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Palermo ove consegue, all’età di appena 22 anni, la laurea con 110 e lode. Nel 1963 supera il concorso in magistratura e viene mandato al tribunale civile di Enna come uditore giudiziario e nel 1967 è nominato pretore a Mazzara del Vallo. Nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove conosce il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Nel 1975 viene trasferito al Tribunale di Palermo ed entra all’ufficio istruzioni sotto la guida del consigliere istruttore Rocco Chinnici. 

 

Dopo il tragico attentato del 25 settembre 1979 al giudice Cesare Terranova, entrano a far parte  dell’ufficio istruzioni anche i giudici Falcone e Barrile. In questo gruppo di lavoro lentamente si instaura un rapporto di grande fiducia. Chinnici affida a Falcone, nel maggio 1980, le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense. Ed è appunto in questa prima esperienza che Falcone intuisce l’importanza delle indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano) per perseguire i reati e le attività mafiose. Arrivano i primi arresti dei mafiosi e la mafia alza il tiro uccidendo il capitano dei Carabinieri Basile e così per i giudici impegnati in prima linea arrivano pure le prime scorte con tutte le difficoltà che ne conseguono. La scorta costringe i giudici e le loro famiglie a convivere con un nuovo sentimento “la paura”. Dice Borsellino: “la paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante e che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ci impedisce di andare avanti”.    

 

Sia Falcone che Borsellino capiscono che è nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente, per scuotere le coscienze e così promuovono dibattiti nelle scuole parlando loro per spiegare come sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.

 

I magistrati dell’ufficio istruzione sanno però che senza l’intervento dello Stato il loro lavoro non basta, occorre un coordinamento tra i giudici inquirenti, occorre il potenziamento della polizia giudiziaria, occorrono nuove regole per i controlli bancari al fine di rintracciare i capitali mafiosi.  

    

Poi, il dramma. Il 29 luglio 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un’autobomba. Viene così a mancare il “capo” il punto di riferimento. Borsellino commenta: “la mafia ha capito tutto: è Chinnici la testa che dirige”.                               

 

Alla guida dell’ufficio istruzioni arriva il giudice Antonino Caponnetto il quale dà forza al cosiddetto “pool antimafia” chiamandone a far parte oltre a Falcone anche i giudici Di Lello, Guarnotta e Borsellino e delegando loro il compimento di singoli atti, anche collegialmente, superando così l’ostacolo di fondo costituito dalle norme del Codice Penale di allora che configuravano il giudice istruttore come organo rigorosamente  monocratico e non collegiale. La validità di questo nuovo sistema investigativo, impugnato nelle varie fasi processuali, viene riconosciuto legittimo dalla Cassazione e quindi   si dimostra da subito indiscutibile diventando fondamentale per ogni successiva indagine negli anni a venire.

   

Le rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, portato in Italia da Falcone,  costituiscono una svolta epocale per la conoscenza non solo di alcuni fatti di mafia ma soprattutto della struttura  e dell’organizzazione di “Cosa nostra”.

 

Le inchieste già avviate da Chinnici e poi portate avanti dal pool antimafia costituiscono la base del primo grande processo contro la mafia la quale reagisce facendo terra bruciata attorno ai giudici con le uccisioni dei funzionari di Polizia  Giuseppe Montana e Ninni Cassarà stretti collaboratori di Falcone e Borsellino.

     

Si teme a questo punto per l’incolumità dei due magistrati i quali vengono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare per qualche tempo con le loro famiglie presso il carcere dell’Asinara per concludere le memorie  del primo maxiprocesso.

 

Si giunge così alla storica sentenza emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di Assise di Palermo, presieduta da Alfonso Giordano, dopo 22 mesi di udienze e 36 giorni di riunioni in camera di consiglio, che inchioda la mafia con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia e una disfatta per “Cosa nostra”.

 

E’ proprio in questo momento che Falcone e Borsellino firmano la loro condanna a morte. Cosa nostra capisce che non ci poteva essere convivenza tra i propri interessi  e quei due magistrati che parlavano in palermitano, capivano il linguaggio cifrato del gergo mafioso. I due ex ragazzi della Kalsa, che in gioventù hanno  giocato a pallone con coetanei magari poi “arruolati” dai boss, si trovano a contrastare un mondo  che conoscono e capiscono perfettamente per averne trafugato, a suo tempo, la chiave di lettura. Per questo possono dialogare con i collaboratori e riuscire ad ottenerne la fiducia offrendo in cambio la sola “parola d’onore” che avrebbero fatto tutto il possibile per aiutarli.

 

Successivamente il clima comincia a cambiare. Il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l’opinione pubblica avvicinarsi agli uomini impegnati in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere.

 

Nel 1987 il giudice Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo aspettavano la nomina di Falcone al suo posto. Però il Consiglio Superiore della Magistratura non è dello stesso parere e nel gennaio 1988 preferisce Antonino Meli per la carica di Procuratore Capo di Palermo.

 

La paura di vedere distruggere tutto il lavoro svolto dal pool spinge Borsellino a scendere in campo lanciando l’allarme sui giornali, in televisione e nei convegni e  raccontando cosa stava succedendo alla Procura di Palermo. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare. Solo l’intervento in suo appoggio del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga gli evita le conseguenze.

 

Da questo momento gli attacchi a Borsellino e a Falcone diventano incessanti e sempre più forti, mentre la decisione della Cassazione, ratificando l’operato del giudice Antonino Meli,  sancisce giuridicamente la frantumazione delle indagini e di fatto provoca lo scioglimento del pool antimafia esattamente come Borsellino aveva previsto precedentemente in un suo pubblico intervento.

 

Il 20 giugno del 1989 si verifica il fallito e oscuro attentato dell’Addaura, presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò “ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

 

Contemporaneamente al Palazzo di Giustizia di Palermo prende corpo anche la nota vicenda del “corvo”: una serie di lettere anonime che diffamavano Falcone e i colleghi Ayala, Giammanco e Prinzivalli nonché il capo della polizia di Stato Vincenzo Parisi e importanti investigatori come De Gennaro e Manganelli.

 

Una settimana dopo l’attentato il Consiglio Superiore della magistratura decide la nomina di Falcone a Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo diretta dal procuratore Giammmanco. 

 

Ma la stagione dei “veleni” continua incessante. A maggio del 1990 scoppia una violentissima polemica tra il Sindaco di Palermo Orlando che accusa il giudice Falcone di “tenere chiusi nei cassetti” una serie di documenti riguardanti alcuni delitti eccellenti della mafia e Falcone che bolla simili affermazioni come “cinismo politico”. Questa polemica, di fatto, sancisce la rottura del fronte antimafia e Cosa nostra se ne avvantaggia per avvelenare sempre più il clima attorno a Falcone.

 

All’elezione del 1990 dei membri togati del Consiglio Superiore della magistratura, Giovanni Falcone è candidato per le liste “Movimento per la giustizia” e “Proposta 88” ma non viene eletto. Intanto, fattisi più aspri i dissensi con il procuratore Giammanco, sia sul piano valutativo che su quello etico, nella conduzione delle inchieste, Falcone accoglie l’invito rivoltogli da Carlo Martelli -  vice presidente  del Consiglio dei Ministri e ministro di Grazia e Giustizia ad interim -  di dirigere la sezione Affari Penali del Ministero. Inizia così per Falcone un periodo di intensa attività volta a rendere più efficace l’azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Egli si impegna a razionalizzare i rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, a una maggiore coordinazione tra le varie Procure, alla costituzione di procure distrettuali facenti capo ai Procuratori della Repubblica, alla istituzione della Direzione nazionale antimafia.

 

La sua naturale candidatura a Procuratore nazionale antimafia viene ostacolata in seno al Consiglio Superiore della Magistratura. A questo punto scende in campo

 

Borsellino il quale lo sostiene a spada tratta (sebbene non fosse d’accordo sulla sua partenza da Palermo) e i due magistrati lottano uno  a fianco all’altro temendo che la super procura in mano a magistrati che non conoscono la mafia siciliana potesse diventare un’arma pericolosa.

 

Nel maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i numeri necessari per essere eletto a super procuratore nazionale antimafia, ma alle ore 17,58 del 23 maggio 1992 Falcone viene fermato per sempre da una carica di 5 quintali di tritolo collocata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi di Capaci. Insieme a Falcone persero la vita la moglie Francesca Morbillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

 

Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto  Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime ai quali partecipa l’intera città.   

 

All’esecrazione dell’assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione intesa a rafforzare l’impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente. 

 

Quando Falcone salta in aria, Paolo Borsellino capisce che non gli resterà troppo tempo. Lo dice chiaro: “devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”. Vuole collaborare alle indagini sull’attentato di Capaci, di competenza della Procura di Caltanissetta, nel tentativo di dare giustizia all’amico Giovanni.

 

A un mese dalla morte dell’amico, Borsellino, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui e cerca di raccontarlo: “perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione ...  per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. … Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera … dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.       

 

A rileggere, oggi, gli ultimi movimenti, le ultime parole di Borsellino, ci si imbatte in un uomo cosciente della propria fine imminente, perfettamente consapevole persino del possibile movente, eppure incapace di tirarsi indietro. “…Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno”.  

 

Il 19 luglio 1992 Borsellino muore con tutta la sua scorta sotto casa della mamma, in Via d’Amelio.       

           

 

Dalla Residenza municipale, lì 13.07.2009                     

 

 

 

IL SINDACO

(Avv. Giuseppe Muffoletto)